Studio di Psicologia e Psicoterapia Morciano Blog

 

 

1/10/2018

diario

Il diario della gratitudine

Lo ammetto: ho letto un quaderno segreto di mia figlia. Sono imperdonabile. No, non era il classico diario segreto, ma il “quaderno della gratitudine” che avevo proposto ad entrambi i miei figli. Si tratta di un’ idea che ho trovato da qualche parte e mi sembrava bella. Loro mi hanno detto: “le solite tue idee psicologiche, che barba!”.  Però l’hanno apprezzata, sotto sotto…L’idea è molto semplice: prima di addormentarsi si pensa alla giornata trascorsa e si appunta nel quaderno ciò per cui si è grati. La frase può iniziare con “Sono grato per”…o più semplicemente “Grazie per … “. Se penso a come sono stata educata, bambina degli anni ’70, non riesco a rievocare una simile attenzione a questo aspetto; si, si diceva “ringrazia che c’è da mangiare!” o “ringrazia che non te le ho date davanti alla maestra!”, ma non era la stessa cosa… 🙂 La gratitudine è un sentimento morbido e dolce, ma è anche un modo di pensare: la mente riconosce il valore di ciò che la vita ci offre. La vita, è evidente, offre sempre qualcosa, anche nelle situazioni più difficili: la bellezza di un paesaggio, il sapore gustoso di un cibo, il profumo di un fiore, il calore di un abbraccio, la bellezza di un sorriso. Non c’è limite di età o condizione socio-economica che ci vieti di dire: questa cosa è bella/piacevole/ buona, è qui per me e ne sono grato.  Scrivere piccoli pensieri di gratitudine può essere per un bambino e/o un ragazzo un utile esercizio di contatto con sé, di conoscenza delle proprie emozioni e di crescita dell’autostima. Insomma, lo consiglio! ahh!! come è finita la storia della lettura segreta??? beh…mi veniva da piangere, tanto erano belli i pensieri lì appuntati, belli che non me li aspettavo, forse che vedo mia figlia ancora piccola o forse che l’interiorità dei nostri figli resterà sempre un po’ misteriosa o forse entrambe le cose. Questo mio cedere alla tentazione di curiosare mi ha permesso di  ricordare, (ogni tanto lo dimentico) del giardino segreto che si nasconde dentro ogni bambino e ragazzo. E’ un giardino in cui non possiamo entrare a piacimento, in cui non possiamo decidere cosa piantare e coltivare, ma solo contribuire alla sua crescita con il nostro calore. Nel pensare questo, io sono grata.

 

 

 

26/09/2018

 

scrigno

10 Ottobre: Giornata Nazionale della Psicologia

Il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi ha indetto una giornata Nazionale della Psicologia. Il tema sarà l’Ascolto come strumento dello sviluppo umano e sociale. Una parte dell’iniziativa consisterà nell’offrire un colloquio informativo gratuito a chi ne farà richiesta. L’intento è quello di avvicinare la popolazione alla figura dello psicologo, che in parte è ancora visto con occhi pieni di pregiudizio e paura.

Ma cosa può aspettarsi una persona che varca la soglia dello studio di uno psicologo? cosa fa uno psicologo? come si comporta? in rete è possibile trovare molte definizioni del ruolo dello psicologo, che ricordiamolo, è un mestiere regolamentato da una Legge, la n° 56/89. Si diventa psicologo dopo una laurea ed un esame di stato, che permette l’iscrizione all’Ordine, senza la quale non è possibile esercitare la professione. Lo psicologo può lavorare a scuola, in ospedale, in strutture per malati psichiatrici, in azienda ecc.ecc. Molti psicologi poi, come me, intraprendono la strada della formazione in Psicoterapia, di solito una scuola quadriennale che prevede una terapia personale. Dato che io sono una psicoterapeuta e che molti psicologi che lavorano negli studi privati sono anche terapeuti, voglio dedicare due parole allo Psicologo come terapeuta.

Userò parole mie, consapevole che sono frutto indubbiamente ed inevitabilmente delle mie letture. Di certo non toccherò  tutti gli ambiti e tutte le sfumature di un lavoro così delicato e complesso, semplicemente perché non è possibile.

Il terapeuta è un allenatore dell’anima che guida un processo di cambiamento. Guida il cambiamento con l’ascolto, con l’empatia, talvolta fungendo da modello, talvolta offrendo permessi e protezione che il paziente non ha mai ricevuto, essendo normativo e fermo se occorre. Il terapeuta conosce il desiderio di cambiamento del paziente e lo incoraggia, lo sostiene, accettando le frustrazioni derivanti dai momenti di blocco, accogliendo i propri e gli altrui limiti. Il terapeuta sa che non può arrivare ovunque, non è onnipotente, e, pertanto, a volte accetta semplicemente di essere  presente. Il terapeuta si sente a suo agio con  la dipendenza del suo paziente e sa anche che prima o poi dovranno separarsi. Incoraggia la separazione quando è arrivato il momento. Il terapeuta è custode premuroso di segreti che possono venire confidati con la certezza che non verranno sminuiti, derisi o dimenticati. Il terapeuta condivide il peso di alcuni segreti col paziente, finché esso diverrà più leggero. Il terapeuta a volte sbaglierà, dimenticherà le chiavi dello studio o avrà una macchia nella giacca ed anche questo sarà “ok” perché, con autenticità, mostrerà al suo paziente che davvero la nostra umanità, così imperfetta, è preziosa.

 

https://www.ordpsicologier.it/home.php?Lang=it&mItem=1&Item=home&Menu=1

https://www.ordpsicologier.it/eventsopenstudy_srch.php?

Giornata Nazionale della Psicologia: 10 Ottobre

Studi aperti in Emilia Romagna: tutto il mese di Ottobre (su appuntamento)

 

 

 

 

 

28/08/2018

foto lago

Non essere un ruolo, sii un’anima.

L’estate è per molti (non per tutti, purtroppo) opportunità di sperimentare momenti di stacco dalla quotidianità, dalla routine e dai ruoli sociali. In piccolo o in grande, ognuno in vacanza è meno psicologo, commesso, infermiere, insegnante ecc.. ed un po’ più se stesso. Certo, i ruoli hanno la loro utilità e il loro significato; forse non sono nè buoni nè cattivi, ma esistono perchè viviamo in una collettività, in una rete sociale. Ognuno di noi ha più di un ruolo: in studio sono una psicoterapeuta, a casa sono una madre, con il mio maestro di canto un’allieva, ecc.. Ecco, lo stacco dalla quotidianità delle vacanze, nel caso più “superficiale” ci fa vivere nuovi piccoli ruoli (il cliente della SPA, il campeggiatore, il cicloturista…) nel caso più profondo ci fa stare a contatto con parti di noi che di solito evitiamo, trascuriamo o ignoriamo. Vedere queste parti di noi non sempre è fonte di piacere, a volte fa male perché mette in crisi: “se questo sono io, sto facendo bene per la mia vita? “.

I  primi anni della vita di una persona sono molto focalizzati sulla creazione di una identità, sulla carriera, sulla realizzazione personale, sulla formazione di una famiglia. Questa costruzione di sé, spesso penalizza l’introspezione sincera ed il contatto profondo. Anche qui, non c’è giudizio, non è bene o male, è semplicemente così.

Con la maturità, alcune cose sono state raggiunte, alcune si mostrano per quello che sono e non interessano più, ad altre si dice addio per sempre e finalmente c’è l’opportunità di guardare veramente dentro di sé. Facciamo posto alle grandi domande,  accettiamo il mistero, lasciamo venir fuori alcune parti di noi tenute silenti.

Detto così, sembra tutto liscio come l’olio…ma non sempre lo è.

Spesso permettiamo ai ruoli di definirci in modo troppo rigido e questo non conviene: la vita ci chiede di adattarci e cambiare continuamente. Non conviene in giovane, in media o in tarda età. Se ci identifichiamo troppo con un ruolo, esso, definendoci in modo unico, limita la nostra capacità di compiere scelte consapevoli. Le lenti del nostro ruolo possono restringere il nostro campo visivo. Uno dei casi in cui è più frequente che ci aggrappiamo al nostro ruolo è quando abbiamo paura: vogliamo sentirci sicuri e ci attacchiamo ai ruoli con le loro regole e le loro prescrizioni. Ma come ho appena detto, non sempre questo è un atteggiamento fecondo: lo sguardo è fisso, la creatività bloccata, il contatto con sé assente e difficilmente si può giungere alla soluzione buona di quella paura (e del problema ad essa collegato).

Avviene che quando ci identifichiamo troppo con il nostro ruolo, non vediamo più aspetti di noi (ad esempio la dolcezza, l’indulgenza, l’ironia..e chi più ne ha più ne metta) e, se intravediamo negli altri quegli stessi aspetti , li critichiamo, non ci piacciono, li giudichiamo (anche se, sicuramente ne siamo ben forniti) . Irrigiditi nel nostro ruolo non vediamo più i fatti e le persone per come sono ma proiettiamo su di essi la nostra psicologia. Tutto ciò ci allontanerà da noi stessi e dagli altri .

 Solo far emergere i sentimenti (la paura, in questo caso) permetterà di dare significato alle esperienze, un significato non preconfezionato ma personale, che non ci allontanerà dagli altri ma ci farà sentire sempre più uniti nella nostra delicata e meravigliosa umanità.

Non essere un ruolo, sii un’anima: molti miei amici me ne direbbero di tutti i colori se dessi loro questo consiglio…”fai presto a parlare tu!!! la vita è difficile mentre tu vivi nel mondo fatato della psicologia…!!”. La frase l’ha detta Ram Dass….io non sapevo chi fosse, mi sono documentata…ebbene! è un po’ fatato anche lui!! (: diciamo che prima ha fatto un po’ di esperimenti (…) con Aldous Huxley e Hallen Ginsberg…uno psicologo che non si è irrigidito troppo nel suo ruolo!! cmq la frase mi sembra bella e buona.

Buona giornata.

 

 

30/07/2018

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Il Coraggio

Racconto spesso che sono stata una gran fifona in passato, e per certe cose ancora lo sono. Quindi non scrivo dalla posizione della superiore che nulla teme. Apprezzo molto il coraggio, forse perché noto che ce ne è sempre meno in giro…

Il Dizionario Treccani riporta questa definizione di coraggio : “forza d’animo nel sopportare con serenità e rassegnazione dolori fisici o morali, nell’ affrontare con decisione un pericolo, nel dire o fare cosa che importi rischio o sacrificio.”

Era un po’ di tempo che volevo scrivere due parole su questa virtù umana ed ora leggendo “Cinque inviti” di Frank Ostaseski,  ho trovato alcune sue definizioni davvero utili. Secondo l’autore -assiduo praticante di meditazione buddista e dalla vita tormentata e sofferta- ci sono tre tipi di coraggio: il coraggio del guerriero, il coraggio di un cuore forte e il coraggio della vulnerabilità. Il coraggio del guerriero è quello che vince la paura ed è spesso legato all’onore, all’impegno, al senso di appartenenza. E’ importante ma ha il limite di poter condurre ad un eccesso di difesa e di un falso senso di vulnerabilità.

Il coraggio del cuore richiede di lasciare le nostre difese anche quando dobbiamo affrontare il terrore.”E’ il coraggio di sentire le emozioni, e di permettere che la bellezza e l’orrore ci tocchino (..) Troviamo questo tipo di energia quando ci impegniamo a convivere con la verità delle nostre esperienze, quando non le rifiutiamo e quando affrontiamo ciò che è giusto , qui ed ora.” (pag. ..? senza pagina perché lo sto leggendo su un e-reader..). E’ chiaro come in queste parole convergano non solo i risultati di lunghi anni di meditazione ma anche moltissimi aspetti delle teorie più accreditate della psicologia e della psicoterapia.

Della vulnerabilità avevo già parlato, ma mi piace ugualmente citare un pezzetto del libro:  “La vulnerabilità, il terzo tipo di coraggio, è la porta che ci introduce nelle più profonde dimensioni della nostra natura interiore. La maggior parte di noi la associa alla debolezza, all’ipersensibilità emotiva e alla suscettibilità a subire ferite. Siamo terrorizzati, e vorremmo evitarla ad ogni costo. (…) “Se non siamo disponibili ad essere vulnerabili al dolore, alla perdita e alla tristezza, diventiamo insensibili alla compassione, alla gioia, all’amore e alla bontà fondamentale. (..) Il coraggio della vulnerabilità apre la porta all’invulnerabilità della nostra natura essenziale. Questa invulnerabilità non è nè stoicismo nè immunità agli alti e bassi della vita. Nella nostra cultura, l’invulnerabilità è legata di solito a una condanna dell’emotività, a un falso senso di essere impenetrabili e all’idea che il nostro corpo non possa essere ferito nè morire. Invece l’invulnerabilità della nostra natura essenziale è pura apertura, una spaziosità indifesa in cui possiamo fare un passo indietro per permettere ai venti della paura di soffiare in noi.(…) Possiamo lasciar perdere la lotta e gli sforzi non necessarie e riposare in uno stato di mancanza di difese.”  L’idea di base è che la paura , benché abbia una funzione biologica utile alla sopravvivenza, può ridurre la nostra esistenza a ciò che è confortevole e familiare e chiuderci dentro ad una prigione che noi stessi ci costruiamo. Lasciata libera di fluire dentro di noi, la paura perde il suo potere.

Insomma, ho citato così tanto Ostaseski che non mi resta che indicare il titolo esatto del libro, e chi vorrà leggerlo troverà tanti spunti interessanti:  Cinque inviti, Frank Ostaseski, Mondadori, 2017.

 

28/06/2018

Oggi un mio caro amico mi ha chiesto “come si fa a volere bene a se stessi”…Molti potrebbero prontamente obiettare “che non è possibile non volersi bene” , “che se non ci si vuol bene da soli allora è la fine”, “che il male del nostro tempo è voler troppo bene a se stessi e a se stessi soltanto”ecc. ecc..

Quindi è così scontato volersi bene?  è sicuro che lo facciamo? come lo definiamo l’amarsi? è fare sport e bere tanta acqua? leggere molti libri? essere vegetariani perchè la carne fa male? è andare alla spa a farci fare i massaggi? è ascoltare buona musica?

Ahimè, tutti questi comportamenti non bastano a far vivere a nessuno la calda esperienza del volersi bene, che è una esperienza soprattutto interiore, caratterizzata da accettazione, accoglienza, dolcezza verso di sè, per ciò che si è realmente e non per ciò che si  dovrebbe essere. (secondo chi? secondo i propri genitori, il proprio partner, la società e, soprattutto, se stessi.) E’ amarsi senza condizioni,  è dirsi “sono ok e basta, perchè sono vivo, perchè sono una persona”.

Quanto ci tormentiamo per un risultato non ottenuto, per una scelta che non sarà approvata dai più, per un corpo imperfetto, per un piatto venuto male? quante volte ci rivolgiamo a noi stessi con un linguaggio scortese, offensivo o volgare? ( faccio schifo… sono una vacca…sono un fallito) .

Quando ci tormentiamo (nel nostro dialogo interno) ecco, lì non ci stiamo amando. Non ci stiamo “spronando”, non lo facciamo per il nostro bene..il nostro bene è riconoscere la realtà, sentirla (sentire le emozioni che quel dato fatto suscita), accoglierla per quella che è e passare all’azione se la situazione lo richiede o lo permette. Non bisogna negare di “aver sbagliato”, o essere stupidamente indulgenti…Dire ” ho sbagliato, posso fare diversamente se voglio” non è come dire  “che idiota, che frana”. Oppure si dice “addio” ad un progetto, ad una idea che non siamo riusciti a realizzare ed indirizziamo le nostre energie altrove, in un altrove più fecondo.Guardare un difetto fisico (se esiste davvero) con tenerezza, parlarne con dolcezza, accarezzarlo addirittura come parte integrante di noi..impossibile? chi non è affezionato ad alcuni difetti delle persone che ama? agli occhi a palla, al dentino rotto, al naso a punta e simultaneamente a patata, alla erre moscia…perchè non applicare la stessa indulgenza e lo stesso amore a noi stessi? non lo facciamo…spesso non lo facciamo. Ora non mi dilungherò sul perché “ci facciamo questo”, né sui casi veramente distruttivi, che pure esistono, posso solo dire che non siamo educati all’amore.

(Oggi sulla bibliografia sono in difficoltà, ci sono tantissimi bei libri sull’autostima in senso lato…aggiornerò più avanti).

 

 

 

 

14/06/2018

Come promesso sono qui a parlare del libro di Alejandro Jodorowsky , “Psicomagia”. E’ curioso che io mi sia lasciata sedurre dal titolo di questo libro dopo il tempo (tanto) che ho passato a dire ai miei pazienti “che non sono una maga”….Comunque, ho fatto bene a farmi affascinare e a leggerlo. E’ un libro piacevole, un po’ matto; non è affatto fresco di stampa (la prima edizione italiana è del ’97);  non è rigoroso, ma suggestivo; non credo possa guarire nessuno, ma può lasciare qualche segno. Ai terapeuti poi può servire per rinfrescare la loro creatività, che a volte si impastoia in schemi e rigidità di vario genere. Jodorowsky è un artista eclettico, cileno di nascita ma di origini ucraine; autore di teatro e di cinema, scrittore, studioso di tarocchi e pratiche sciamaniche, deve aver letto molto anche di psicologia. Il libro è strutturato nella forma di una lunga e avvincente intervista fatta dapprima dall’amico Gilles Farcet e, successivamente, nella nuova versione, anche da Javier Esteban. Interviste che servono per chiarire cosa si intende per Psicomagia, come viene applicata e quali sono gli effetti di questa forma artistica di psicoterapia ideata proprio da Jodorowsky. Ma leggiamo proprio le parole dell’autore per comprendere cosa si intende per “psicomagia”: -“…consiste nel dare consigli per risolvere problemi, applicando in modo non superstizioso le tecniche della magia. Gli elementi sui quali si fa affidamento sono tutta una serie di atti simbolici che possono essere proposti ad una persona. (..) quando una persona ha un problema, bisogna introdurla nel suo problema, affinché ne sia consapevole.(..) se qualcuno ha paura di qualcosa, bisogna metterlo di fronte a questa paura ” anche in modo estremo. -” (..) nel caso in cui una persona abbia sofferto per  tutta la vita, l’unica cosa che si può fare è lasciarla morire e farla rinascere un’altra volta. Questo avviene per via metaforica, per esempio cambiandole il nome e facendole un nuovo biglietto da visita.” (pagine 257-258). Nel pezzo riportato si può intravedere cosa si intenda per magia che cura; non è chiarissimo, nel libro, chi sia veramente deputato a svolgere questi interventi ( a parte l’autore…) ma , come già detto, non c’è rigore ma molti spunti suggestivi. In realtà molte delle idee espresse da Jodoroswky sono state già sostenute e messe in pratica da altri terapeuti, in forme non identiche, ma simili: mi vengono in mente i gestaltisti, Milton Erickson e in qualche modo anche i Goulding ( e chissà quanti altri…). Alcuni presupposti sono che la vita è mistero, che l’immaginazione è il  nostro più necessario nutrimento e che nessuno guarisce nessuno, piuttosto qualcuno può aiutare qualcun altro a guarirSi.  Alla fine è un libro che ho sottolineato molto,  ho trovato alcune  frasi  molto belle, e le porterò con me…ma non saprei proprio in che genere collocarlo…e questo all’autore farebbe proprio piacere!

Alejandro JOdorowsky Psicomagia Feltrinelli 2018

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4/06/2018

Si può parlare del perdono in tanti modi. Oggi scelgo di riassumere il pensiero di Clarissa Pinkola Estés , così come espresso nel celebre “Donne che corrono coi lupi”. E’ un testo che amo molto anche se spesso viene citato a sproposito da fantomatici guru dell’ultima ora.

Quando non si è perdonato un torto subito non necessariamente lanciamo oggetti per aria, urliamo o siamo scontrosi. Spesso , sottolinea l’autrice, siamo solo stanchi e sentiamo di aver perso la tenerezza, l’aspettativa  e la speranza.  Spesso crediamo che il perdono sia un singolo atto da fare in un un’unica seduta, e che debba essere al cento per cento, o tutto o niente. Oppure crediamo che perdono significhi fare finta che nulla sia accaduto. Sembra proprio che il perdono non sia nulla di tutto questo.

Si tratta di un processo lungo che non ha una forma unica. Certe persone, per temperamento, riescono a perdonare con più facilità. Per alcuni è un dono, per altri più una forma di apprendimento. La vitalità e la sensibilità, sembrano rendere più arduo passare sopra alle cose. Inoltre “per guarire davvero, dobbiamo dire la nostra verità,  non soltanto il nostro rimpianto e la nostra sofferenza ma anche il danno causato, l’ira, il disgusto, il desiderio di autopunizione o di vendetta evocati in noi. La vecchia guaritrice della psiche comprende la natura umana con tutte le sue debolezze e concede il perdono se si dice la verità nuda e cruda. E offre una seconda chance, o addirittura molte chance” (pag. 403). Secondo l’autrice possiamo dividere il quattro fasi il processo del perdono: 1. prendere le distanze; 2. astenersi; 3. dimenticare  (rifiutarsi di indugiare) 4. perdonare.

Per prima cosa è bene non pensare per un po’ alla persona o all’evento, facendo cose belle e interessanti che vi rafforzano.

La seconda fase consiste nell’avere pazienza, nel resistere ,nell’incanalare l’emozione, ad esempio astenendosi dal  mugugnare  e dall’agire in modo ostile e risentito.

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Perdonare

La terza è la fase dell'”oblio consapevole” che significa non insistere a tenere la questione in primo piano ma relegarla sullo sfondo. Dimenticare è un gesto attivo, non passivo.”Significa non sollevare taluni materiali, non continuare a rigirarli, non fomentarsi con pensieri, immagini, emozioni ripetitivi.” (pag. 405).

L’ultima fase, quella del perdono, è la più variabile: sta a noi decidere quando perdonare con quale rituale segnare l’evento e stabilire quale debito non dovrà più essere pagato. Perdonare non significa rinunciare alla protezione di sé ma rinunciare a mantenersi  freddi e distanti; è un’azione utile perché per l’Anima è più dannoso agire come un manichino insensibile che limitare il tempo dedicato alle persone che ci hanno fatto del male e con cui non si sta più bene. Ripetiamo, si può scegliere come farlo: possiamo perdonare per un’ora, per sempre, in cambio di qualcosa o di niente, sta a noi decidere volta per volta.

Come sapere se si è perdonato? ” Proverete più dispiacere che collera, la persona vi farà più pena che rabbia. (…) Non vi aspetterete nulla. Non vorrete nulla.(..) forse non ci sarà il finale “e vissero tutti felici e contenti”  ma quasi per certo ci sarà un nuovo “C’era una volta per ricominciare. (pag. 406)

C.Pinkola Estés Donne che corrono coi lupi”  Frassinelli;  un capitolo sul perdono anche in “La forza della gentilezza”  di Piero Ferrucci, Oscar Mondadori.

24/05/2018

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Nostalgia di casa

Venerdì scorso abbiamo preso parte ad un incontro di aggiornamento organizzato dall’Ordine Regionale degli Psicologi, dal titolo “Etnopsicologia: interventi, modelli operativi e nuovi strumenti.” Riteniamo sia un approfondimento doveroso dati i cambiamenti sociali e culturali avvenuti negli ultimi 20 anni. Di fatto sono argomenti che non si studiavano (in Italia) neanche tra i banchi delle Università (mentre la Francia, per ovvi motivi storici,è stata pioniera in questo ambito).

A me che scrivo poi l’argomento interessa in modo particolare e come cittadina ( credo che bisogna sapere, comprendere e scavare perché di fronte allo “straniero” siamo tutti un po’ impreparati) e come persona che nel suo piccolo (piccolissimo) ha vissuto sulla sua pelle le difficoltà di trovarsi a vivere in un luogo “altro” da quello di nascita.

Gli interventi dei nostri bravi colleghi sono stati di diversa natura, hanno stimolato domande e riflessioni, e oggi mi spingono a scrivere qualche parola su un sentimento noto a tutti, che mi sembra proprio legato al vissuto dei migranti, la nostalgia.

La parola nostalgia deriva dal greco nostos= ritorno al paese e algos= dolore; quindi la nostalgia originariamente significa proprio dolore per (l’impossibilità e/o il desiderio di ) il ritorno al paese. In seguito il significato si è esteso anche alle persone care (avere nostalgia di qualcuno) le quali- è esperienza di tutti- non rappresentano forse per noi la casa, il luogo ove ci rifugiamo sicuri??

Soffermiamoci per un po’ sulla nostalgia di casa (per “casa”, da qui in avanti, intenderò un insieme di paese, casa, lingua usi e costumi). Benché sia Ulisse il più noto nostalgico della nostra cultura (eh..non ci siamo solo noi…!!!) in alcuni testi di psicologia viene collocato  il primo vero e proprio interesse clinico per questo sentimento intorno al 1688, anno in cui venne scritto un trattato su una malattia che colpì soldati mercenari svizzeri: distrazione unita a fantasie sulla propria casa, tristezza, letargia… a seguire lesioni, sospiri, sonno agitato ed una “certa stupidità della mente”. Era la nostalgia. Con l’Ottocento la nostalgia divenne uno dei disturbi clinici più studiati in Europa, ma poi finì nel dimenticatoio.

Tuttavia la nostalgia di casa non fa parte solo della vita dei militari, ma molto anche della vita dei civili che per lavorare o per sfuggire alla guerra devono lasciare la propria terra.

Una relatrice del convegno di cui parlavo riferiva il vissuto di una sua conoscente straniera:  “quando sono a Milano, non penso che a quando sarò in Ecuador, quando sono in Ecuador non penso altro che a Milano; alla fine l’unico posto in cui sto bene è l’aereo”.

Questo è un aspetto molto importante della nostalgia del migrante, dello straniero (soprattutto di quello non di passaggio, ma che ormai si è stabilito in un luogo), in un certo senso è un nuovo genere di nostalgia di casa, il sentire di non appartenere mai nè a un posto nè ad un altro. Lo scrittore Edward Said chiamava questo stato d’animo  “l’insanabile frattura scavata tra un essere umano e il luogo natio (…) il dispiacere invalidante dell’estraniamento” (“Nel segno dell’esilio”, Feltrinelli, 2008).

Sentire odori e trovarli sgradevoli, sentire suoni di una lingua che sembrano stonati,  vedere luoghi e chiedersi : ma dove sono? questa è l’esperienza di chi ha lasciato il suo paese. Esperienza che può modificarsi, nel tempo, solo “mettendo parola” a questo groviglio di sensazioni, perché raccontare ricuce gli strappi , ricostruisce i nessi e sana le fratture.

Spesso però le persone sviluppano sintomi, manifestano disagio (e conseguente disadattamento a noi, cosa, che nel nostro egocentrismo, non ci fa proprio piacere…) a volte  esprimono rabbia, a volte si trincerano in piccoli gruppi.

Non mi avventuro sul “da farsi”, forse non interesserebbe, e non è nelle mie poche possibilità, ma, se il raccontarsi e l’essere ascoltati può aiutare, la cosa più importante è creare le condizioni in cui questo possa  realizzarsi. Trovare il tempo e creare glia spazi di ascolto.

Mi ero riproposta di non concludere con consigli, ammonizioni , avvertimenti e paternali (un po’ di stato dell’Io Genitore, insomma) un po’ l’ho fatto…!! vi lascio con le parole di questo libro molto bello per bambini “Emozionario”…alla voce Nostalgia:

“La nostalgia ci provoca un vuoto nel cuore e , quasi contemporaneamente, lo riempie di gocce di dolore.”

 

Fonti varie

Edward W. Said “Nel segno dell’esilio: riflessioni, letture ed altri saggi” Feltrinelli, Milano, 2008

Tiffany Watt Smith  “Atlante delle emozioni umane” Utet

Cristina Nunez Pereira  “Emozionario” Nord-Sud Edizioni

 

 

 

 

 

 

3/05/2018

Se avessi il drappo ricamato del cielo,
intessuto dell’oro e dell’argento e della luce,
i drappi dai colori chiari e scuri
del giorno e della notte
dai mezzi colori dell’alba e del tramonto,
stenderei quei drappi sotto i tuoi piedi:
invece, essendo povero, ho soltanto sogni;
e i miei sogni ho steso sotto i tuoi piedi;
cammina leggera perché
cammini sopra i miei sogni.

(William Butler Yeats, 1899)

Parliamo di vulnerabilità. Tutti noi possiamo essere feriti. Negli ultimi anni c’è stato un ritorno di interesse degli studiosi delle scienze del comportamento per questa nostra caratteristica. In un certo senso, vari studi hanno dimostrato che i momenti in cui facciamo esperienza di noi stessi come creature indifese sono quelli che giocano un ruolo importante nella costruzione di un senso di identità personale e nello sviluppo dell’intimità. Non si tratta certo di una novità: pensatori medievali già sostenevano bisognasse trovare la forza di vivere con integrità e di parlare con il cuore, e questo genere di “coraggio” era considerato una delle quattro virtù cardinali. Forse il rinnovato interesse degli ultimi anni è figlio della delusione crescente delle teorie sull’autostima e sul successo ad ogni costo.

Si può riferire la vulnerabilità a tanti contesti della vita, ma il fulcro della vulnerabilità sembra essere il desiderio di stabilire un legame con qualcuno. Come se salissimo su un palcoscenico illuminato con tutte le nostre imperfezioni sotto gli occhi di tutti. Siamo vulnerabili quando diciamo “mi fido di te”, quando diciamo per primi ” ti amo”, quando mostriamo di provare tenerezza, paura o gioia. Ci sentiamo esposti, senza protezione. Sentiamo la paura di essere rifiutati, respinti o di non essere compresi. Certo può essere qualcosa di sgradevole. Ma come dice Brene Brown nel video che indicherò sotto, bloccare la vulnerabilità comporta il bloccare la propria vitalità, perché, a dire il vero,  non si possono bloccare solo le emozioni negative e mantenere le positive.

Bene…cosa dire…?? coltiviamo allora la vulnerabilità? forse è un po’ troppo rischioso, è utile sapersi proteggere e con consapevolezza riconoscere e accettare questa parte di noi, modulandola, senza irrigidirsi in posizioni difensive (…sperando che l’Altro cammini leggero, perché sta camminando sui nostri sogni….).

 

 

 

10/05/2018

Ero molto indecisa su cosa scrivere perché ci sono diversi argomenti che mi stanno a cuore e che vorrei condividere qui.

Ieri però ho visto che molte persone (donne per lo più) mostrano di apprezzare il programma televisivo condotto da Recalcati, “Lessico Famigliare”. Recalcati è uno psicoanalista lacaniano che ha avuto molto successo come comunicatore. Alcuni colleghi lo criticano, ma forse sono un po’ invidiosi. Io, a dire il vero, non ho letto mai niente di suo, quindi non credo di poter esprimere tante opinioni. Ho visto però quello che le persone condividono, in particolare su Facebook, e questo mi dà l’idea di ciò che arriva al cuore delle persone “non addette ai lavori”. Non ero neanche a conoscenza dell’esistenza di questo programma perchè, come molti,  non guardo più la televisione che come “distrattore” è stato sostituito dai social network.

Già il nome mi piace molto però: “Lessico famigliare”, da un vecchio libro della (da me) amatissima Natalia Ginzburg. Nel libro, ovviamente, troviamo descritto un altro genere di famiglia, una famiglia di tanti anni fa, ed un altro genere di “lessico” rispetto alle famiglie di oggi. Ora l’ho preso nelle mani, questo libro, credo di averlo comprato in un mercatino dell’usato, tempo fa, è ingiallito e profuma di libri vecchi…

Beh..digressioni a parte, ritornando al programma di Recalcati, lui dice “la cura se è anonima non è sufficiente a dare il senso alla vita”. Mi soffermo su una parte di questa frase: la cura da senso alla vita.

La cura all’inizio è fatta di carezze, abbracci, dal guardare . Questi comportamenti permettono al bambino piccolo di sperimentare le emozioni  e di giungere in seguito alla sua decodifica, sviluppando un senso si integrità.

Le prime cure sono “tattili” : la psicoanalista kleiniana Ester Bick, parla della trasformazione della “pelle biologica” in “pelle psichica”, una pelle che permetterà cioè al bambino di interagire con la realtà, proteggendolo ma non corazzandolo. Traumi o deprivazioni invece produrranno, secondo l’autrice, una “pelle muscolare” per  cui il bambino, col tempo, non sarà in grado di interagire con gli altri attraverso scambi di natura affettiva. Questo col tempo spingerà il bambino (ed il futuro adulto)  a proteggersi difensivamente dagli altri, perché incapace di sopportare le tensioni che scaturiscono dalle relazioni affettive.

Recalcati nel suo intervento televisivo cita il noto lavoro svolto dal pediatra R. Spitz sui bambini in orfanotrofio: qui la cura era volta esclusivamente alla sopravvivenza fisica, era appunto anonima, senza carezze, senza possibilità di far sviluppare questa pelle psichica. Ma arriviamo al punto difficile, secondo me…l’autore dice anche “dove c’è madre, c’è cura particolareggiata del bambino”. Ecco, forse “dovrebbe” o, meglio, “potrebbe esserci”. Nella realtà clinica possiamo constatare che non sempre è così: semplicemente non tutte le madri, per il semplice fatto di essere madri, danno una “cura particolareggiata” ai loro figli, semplicemente perché non possono. Non riescono, non ne hanno la possibilità. Possono essere madri apparentemente “normali”, non stiamo parlando di casi limite. Molte madri hanno grandi ferite dentro che non consentono loro di fornire queste cure particolareggiate.

Alle madri in psicologia, storicamente, sono state date sempre molte responsabilità: qualcuno le nega, qualcuno le esalta; certo, ci sono. Come ci sono quelle del padre, quelle della comunità e quelle della società in senso lato. Ma io ho sempre paura che passi il messaggio : “madre, sei madre e devi essere così”. E se non lo sono? e se sono debole? confusa? in difficoltà?  ecco, è possibile anche questo, che una madre sia in difficoltà. Come donne possiamo essere potenti ma non onnipotenti.

Non credo assolutamente che Recalcati abbia voluto inviare un messaggio “normalizzante” e  “svalutante per alcune”; dico solo che forse ascoltare pezzi estrapolati da un “tutto” detti da un personaggio carismatico a volte rischia di attivare nella mente di chi ascolta solo un certo tipo di riflessione.

Comunque ben vengano programmi così! Psicoterapeuti di non successo come me possono sempre trovare spunti per parlarne!  🙂

Fonti varie

M. Harris e E, Bick  (2013)  Il  Modello Tavistock, Astrolabio

AA.VV. (2008)  Idee in Psicoterapia

D. J. Sigel, M. Hartzell (2005)  Errori da non ripetere , Raffaello Cortina Editore

Natalia Ginzburg , Lessico famigliare, Einaudi

 

 

17/05/2018

Sempre guidata da esperienze professionali dirette, avevo il desiderio di scrivere qualcosa sulle difficoltà di chi si trova ad assistere per molti anni un malato  di Parkinson. Il Parkinson è una malattia neurodegenerativa, ad evoluzione lenta ma progressiva, che coinvolge, principalmente, alcune funzioni quali il controllo dei movimenti e dell’equilibrio. In rete ho trovato l’ottima pagina http://www.parkinson.it  in cui c’è l’apposita parte riservata a chi fa assistenza ai malati  https://www.parkinson.it/consigli-per-chi-assiste-il-malato.html.

Chiaramente un freddo elenco di consigli rischia di non arrivare davvero al cuore di chi, sulla sua pelle  vive il dolore di vedere , impotente, il proprio caro, trasformarsi giorno dopo giorno in una persona diversa, fragile, indifesa e bisognosa. La parte più difficile sembra proprio essere l’accettazione di un cambiamento così importante, un’accettazione che, spesso, sembra raggiunta ma subisce frequenti scosse e rimaneggiamenti nel corso dei mesi e degli anni. Il sostegno di un terapeuta o di un gruppo di auto-mutuo- aiuto, può certamente giovare.

Guarda anche : http://www.parkinson-italia.it  e http://www.parkinson. it

 

 

Abbiamo fatto le pulizie di primavera e deciso di spolverare questo vecchio blog. Vi troverete le riflessioni un po’ più lunghe, informazioni su di noi, brevi articoli, foto, recensioni di libri che nutrono l’anima!! Con umiltà e il grande amore per la psicologia che ci caratterizza.

 

 

 

 

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